2008/10/31

Digital Divide e stato delle cose e AEM

Nel rileggere il post sul digital divide mi sono chiesto se non fosse stato frutto di una visione eccessivamente catastrofica del nostro "amato" paese. Ebbene ieri sera ne ho avuto la riprova. Cito l'esempio non tanto come un rant (in parte lo è) ma come un caso su cui si può bene generalizzare.

Ieri sera, verso le 19.30, è mancata l'energia elettrica dell'intero numero 4 di Via Pastorelli. Ci sono volute 9 ore circa per ripristinare il tutto con almeno una quindicina di addetti dell'AEM in azione. Cosa c'é di strano ? Nulla a prima vista, anzi, queste persone hanno lavorato in piena notte con una efficienza incredibile.

Il punto però è una altro. Nello stabile recentemente sono venuti ad abitare diversi nuovi inquilini che ad occhio e croce lavorano sicuramente su internet e sono rimasti tutti fermi, alcuni facevano capannello sotto casa per tenere d'occhio la situazione. Il problema è che allo stato attuale non un fermo di 9 ore per assenza di energia non è più accettabile ed ha un costo piuttosto elevato in termini lavorativi perchè per chi come me lavora su internet la distinzione tra casa e lavoro non esiste più lo stesso dicasi per gli orari di lavoro.

Questa cosa poteva essere evitata ? si. Si perchè quello che i bravi lavoratori della AEM hanno fatto è stata di scavare il marciapiede. Ora nei paesi occidentali civilizzati questa cosa non si fa più da tempo. I cavi corrono in cunicoli di cemento armato proprio per garantirne l'accedibilità in tempi brevi. E non pensiate che sia perchè Milano ha delle strutture vecchie. Il marciapiede è stato rivoltato come un calzino almeno 2 volte negli ultimi 8 anni e dalla stessa azienda.

Penso che questo sia il punto. Come scimmie simuliamo le caratteristiche di un paese avanzato e fin che tutto va bene l'apparenza regge. Il problema è quando queste vanno male e lì che casca l'asino (un pò come nelle verifiche di apprendimento). E l'asino casca sul fatto che per garantirci una continuità energetica al riparo dalle intemperie (e adatta al lavoro in rete) occorre spendere una valanga di soldi (e non ce ne sono) che con un pò di lungimiranza (e non dico dal secolo scorso) negli anni che vanno dal 2000 ad oggi poteva evitare. Sicuramente il costo della struttura in cemento armato nell'area scavata (circa 20 metri) sarebbe stato di gran lunga inferiore agli stipendi spesi nel giro delle nove ore di questa notte se fatta quando il marciapiede era aperto (ad esempio per la posa dei cavi di FastWeb).

Non è forse un segno della nostra impotenza ad adeguarci ? Forse occorre capire che fare e disfare è diverso da costruire.

2008/10/28

Gli anni del master MICSU: il secondo anno parte I

Con un duro esercizio di memoria sto in questi giorni cercando di ricostruire quel che mi ricordo dei diversi anni.

Il problema più grosso lo ho con il secondo anno di cui mi ricordo pochissimo. Eppure, in un certo senso, è stato un anno "pivotal" come direbbero i francesi.

Intanto perchè il secondo io personalmente ho lavorato molto ad altri progetti. Poichè l'attività era ristretta alla sola gestione dei servizi su linux (di uso zero perchè ai docenti non è mai importato circa nulla dei servizi web del master).

Chi si occupò del tutto furono le persone, studenti del master dell'anno precedente, che avevano deciso di provare a collaborare su una idea di azienda partecipata e di gruppo che avevo in mente (si rivelerà sostanzialmente un fallimento per ragioni che andro snocciolando nei prossimi post).

Ovviamente il master costituiva un terreno di prova di non difficoltosa gestione e sopratutto aperto a forte collaborazione tra gli studenti e quindi mi pareva che lascaire il tutto agli studenti del master precedente fosse una buona idea anche per la trasmissione delle esperienze.

Nel secondo anno, però, si materializzò un fenomeno già percepibile nell'anno precedente e che richiese, purtroppo solo nella fase finale e quindi tardi , una analisi, mia e non condivisa in alcun modo, circa le ragioni (in gran parte giuste) che avevano condotto a una sorta di "dead end".

Il fenomeno può essere ricondotto alla caduta di "credibilità" presso gli studenti dell'impianto formativo e di contenuto.

Alla produzione del fenomeno concorsero parecchi fattori. Il primo dei quali fu certamente il diverso "target" del master, la bolla internet oramai esplosa ma la solito non percepita, un inizio di contrazione del mercato (semmai si possa parlare in Italia di un mercato al di là del solito nepotismo politico), un aumento dei cosidetti contenuti umanistici a scapito di quelli tecnici.

Nel corso del primo anno gli studenti con maggiore preparazione Internet (mediamente superiore anche all'offerta formativa) progressivamente passavano sempre maggior tempo in laboratorio a studiare per i fatti loro.

Nel corso del secondo anno, invece, gli studenti che sapevano di cosa si stesse parlando cominciarono a manifestare scontento con varie proteste.

Purtroppo cascarono male. In primo luogo perchè, perlomeno in Statale, è impossibile discutere di contenuti (si può però discutere lungamente circa la gestione dei cessi o la macchinetta del caffè). La ragione va ricercata in una generale pratica del quieto vivere tra i docenti che ha portato ad una totale indiferenza per i contenuti insegnati dal collega, successivamente ai propri. Questo va benissimo (forse) in condizioni di insegnamento cattedratico non molto invece dove i contenuti devono per così dire adattarsi allo stato dei discenti e dove la motivazione dei discenti è strettamente interrelata con le necessità di vita (vedi trovare un lavoro).

Poichè la mia memoria non è un gran che prima di proseguire con la seconda puntata mi piacerebbe avere, almeno tra i commenti, uno di Gianpaolo che sicuramente si ricorda meglio di me le cose (avendo anche lavorato parecchio a sistemare i vari Linux) e di Manuela (non certo preparata come Gianpaolo ma sicuramente molto attenta nei report a me).

Attendo il vostro aiuto.

Mauro

2008/10/25

Il dodo

Per il weekend mi limito a una segnalazione buffa ma pertinente. Ho pensato al dodo alcuni giorni fa mentre stavo considerando lo stato della cultura Umanistica Italiana su internet. In particolar modo pensavo alla disponibilità di testi gratuiti in formato e-text. Ebbene, senza voler essere esterofili, vi par possibile che nel mondo (occidentale) ogni straccio di Università si sia peritata di costruire almeno un piccolo repository di e-texts mentre da noi il tutto è lasciato ad una volontaria organizzazione: liber-liber ? Non è illuminante ? Per rispondere ad alcune mail, no non sono un fan della Gelmini (I miei Dei me ne guardino) ma siamo proprio sicuri che sia solo perchè non ci sono soldi ? Io mi ricordo di 2.000.000 di Euro buttati nel cesso, quanti e-text si potevano fare con il solo 10% della cifra ?

Già che siamo al dodo vi passo anche un piccolo ricordo di sito con una bella immagine che si attaglia al nostro panorama. sono certo che molti di voi si ricorderanno del sito e dei suoi effetti nefasti quando usato in mailing :-D

2008/10/23

web 2.0 il buono e il cattivo

Con un ritardo di circa 4 anni siamo qui a parlare di web 2.0. E' ovviamente un tema scontato. Grossomodo da noi si agitano le acque, e le bibbie, da un paio di anni. Nell'ultima infornata, in tempi molto recenti e visi noti sopratutto ai frequentatori dei primi due anni del MICSU, ci siamo ridotti all'essenziale, anche i libretti sono magrolini.

Intanto va detto che in giro pe ril mondo il dibattito sembra essere molto poco attento alla cosa. E ne ha ben d'onde.
Per il "the register" la cosa è stata messa sul ridere 3 anni fa predicendo presto il web 3.0 come trovata di marketing fatta durante una partita di pingo pong tra Mr. Oreilly e Mr. Oracle.

Scorrendo i titoli negli ultimi mesi se ne nota la totale assenza salvo per alcuni riferimenti a sviluppi ajax. Abbiamo smesso da tempo di pensare di passare solo mostruosità xml come prima si può passare di tutto.

Nelle lezioni bisogna parlarne perchè inevitabilmente gli studenti arriveranno con il fatidico libretto nuovo di pacca. Come dirgli guarda che è la solita copiata e rischi anche di perdere tempo a leggerlo oltre ad averci buttato dei soldi.

Detto questo come evitare di acquistare spazzatura totale. Due indicatori utili possono essere:

  1. Se presentando l'ajax dice che la call javascript in questione era in giro da tempo e che il vero problema è organizzare i servizi REST (o altro) lato server(s) per foraggiarla.
  2. Che la centralità dell'utente era una preoccupazione pure già in atto ma che la necessità di far schiodare contenuti e soldi al medesimo ne ha sostanzialmente acuito l'importanza.
Se è gratis badate che non gravi su altri costi.

Se ci sono entrambi i punti comperatelo tranquillamente.

Se c'e' il primo siete sulla tecnicaglia e quindi saprete voi se serve o meno (ricordate che il cut & paste è meglio).

Per il caso due non saprei, da solo non basta a togliere il dubbio della perniciosità. Ultimamente mi rendo conto che lo studio di modelli sociali applicabili richiede un planning e un calcolo dei costi piuttosto complessi (in gran parte umani e non di sviluppo) oltre all'identificazione del sistema della relazioni da mettere in movimento. Gli esempi di facebook e altro non sono particolarmente applicabili e poi ci sono già (ad esempio è piuttosto ambizioso competere con google) .

Una cosa che mi colpisce sempre molto è che raramente nei libretti di cui sopra trovo l'affermazione di base che alla fine l'utente è l'Internet (quello che paga il conto al provider di connettività) cosa da cui il web 2.0 discende in pieno.
Questo mi capita anche con clienti a cui propongo di usare paypal spiegando che in sostanza gli utenti Internet hanno già scelto il metodo di pagamento e che quindi è del tutto inutile arrampicarsi sugli specchi.

Uffa alla fine m'e' toccato parlarne. Del resto penso che occorra fare il punto per evitare di passare per il solito sospetto tardivo. E' vero nel workshop a cui lavoro il web2.0 c'e' eccome e me ne occupo io.

2008/10/22

Informatica umana e Brian di Nazareth

Prima Brian. Che c'entra ? Tantissimo. Serve in particolar modo ad evitare la lunga serie di varianti di dizione in una sola riga. Informatica per Umanisti, Informatica Umanistica e Informatica Umanitaria (quest'ultima di gran lunga più pericolosa se va a finire come col latte in polvere). Avanzerei una proposta. Riduciamo ad IU. Cosi magari tre pagine di documento si riducono a 1/2. Prendendola meno seriamente mi piace pensarla con la umlaut sulla U perche mi ricorda il suono gutturale da prodursi quando da piccolo dovevo far muovere il mulo.

Detto questo stamattina a lezione con Fabio Brivio se ne è parlato un pò. Più ne parlo e più non mi ci racapezzo. Che è questa IU ? Non lo so. Io fino ad ora ho sempre pensato in termini molto strumentali che la Cultura Umanistica (non abbreviabile per ovvie ragioni) ci rendesse disponibili alcuni comodi strumenti per mettere in "prospettiva" l'area di lavoro su cui siamo. Per il resto non vedo molte altre differenze se non una potenziale competenza per settori privilegiati.

Ad esempio sono entrato nel merito, durante questo workshop, di come dovrebbero configurarsi le relazioni sociali in un contesto di editoria online. Considerando anche che come relazioni se vediamo solo il rapporto autore/editore siamo un pò sull'asfittico. Dicevo entrando in merito a questa cosa ho trovato tra gli studenti di quest'anno un immediato riscontro con la pratica. Certamente un umanista legge libri (ma anche la mia portinaia legge libri).

Un altro caso di lampante chiarezza dovrebbe riguardare l'innata tendenza dell'umanista a mettere il tutto in prospettiva storica in modo da evitare di "scoprire" cose già note. Ad esempio scrivere oggi di un forum come di una rivoluzione nella comunicazione potrebbe essere un pochino, come dire, attempato (o perlomeno ingenuo) visto che i forum girano da 25 anni o giu di li, vabbe si chiamavano bbs ma vale anche qui Brian (Il punto arriva alla fine dello spezzone, non ho trovato di meglio).

Ma come sapete i miei studi umanistici fanno abbastanza pena. Sicuramente ho studiato più informatica. Mi piacerebbe sentire da voi che come umanisti siete certo meglio riusciti che ve ne siete fatti di questo bagaglio.

Aggiunta tardiva: ho trovato nel mio aggregatore RSS un puntatore a questioni correlabili al post precedente sul digital divide.

Un grazie a Manuela per la grafica.

2008/10/21

Le annate del MICSU

Una delle cose più curiose che hanno caratterizzato il MICSU è stata la profonda differenza da un anno con l'altro.
Le annate a pagamento sono state ovviamente diverse da quelle gratuite. Sarebbe carino tracciare le annate una per una per tratti salienti. La nota di Gianpaolo mi ha ricordato che c'e' anche la storia di chi al master ha conribuito per la grossa parte (90%) in forma gratuita lavorando con me o anche con altri contratti. Anche li sarebbe utile avere un po di testimonianza.
Detto questo l'anno che maggiormento vedo offuscato è il secondo. In quell'anno per pressanti necessità lavorative il mio tempo dentro al master è stato assai ridotto.

Ah per i non del giro il master si è tenuto a Sesto San Giovanni Viale Italia non mi ricordo assolutamente i dettagli quali via e nome dell'edificio (mi pare fosse la ex mensa Falk ?).

2008/10/20

Il lato negativo del digital divide.

Non vi sto propinando alcuna riflessione teorica. Nella description di questo blog ho messo il riferimento al digital divide.
Vi presento solo alcuni fatti che ho rilevato nel corso della mia attività di informatico.

Negli anni '90 per poter prevedere in tempo utile quello che sarebbe avvenuto di lì a poco sul mercato dell'informatica nazionale consideravo che la distanza temporale tra quanto leggevo su "Byte" o il "Doctor Dobs" americani fosse di circa due anni. Questo grossomodo lo posso ritenere vero fino a circa il 1998. Col passare degli anni questo tempo è andato aumentando. Valutate voi stessi. Al MICSU nel 2003/2004 abbiamo cominciato a parlare dei CMS, che già circolavano da due o tre anni. Quest'anno, 2008, ho sentito (o forse letto) che una nota casa editrice ha iniziato lo sviluppo del proprio CMS, 5 anni dal MICSU e 7 dalla apparizione sensibile (mettetecene 2 altri di incubazione prima di essere visibile su Internet e avrete la misura). Penso che questa possa essere una metrica. Per questo ritengo che noi siamo in caduta libera. A questo aggiungete che il fenomeno del digital divide sembra produrre una fuga verso i rispettivi estremi dei partecipanti al gioco. In sostanza chi sta sul positivo procede (nel bene e nel male) verso il positivo chi sta dall'altra parte va sempre peggio.

Mauro

Aggiunta tardiva: potete trovare dei riferimenti alle direzioni nel digital divide nelle ultime puntate di una trasmissione di "Alle 8 della sera : Il Globo, la mappa, il Mondo" di radiorai.

Manifesto

Questo blog nasce per documentare una esperienza unica e, oramai, non più ripetuta di recente. L'augurio è di poter conservare le conoscenze formative sperimentate e acquisite partecipando attivamente ai sei anni di vita del MICSU (Master in Metodologie di base dell'Informatica e della Comunicazione per le Scienze Umanistiche). Non sto a dilungarmi su ulteriori questioni organizzative, certamente disponibili sul sito dell'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI MILANO che ne ha consentito lo svolgimento.

La mia attività al Master si è progressivamente adattata alle diverse disponibilità economiche, dato che non sono un docente di ruolo ma un Informatico di professione da 27 anni.

Devo dire che francamente l'attività al MICSU è sempre stata in larga perdita, ma da un lato il divertimento mio (mi piace insegnare) e dall'altro l'ampiezza di opportunità di ricerca e sviluppo hanno bilanciato la perdita.

Prima di essere un Informatico ho, tra le molte cose cominciate e continuate, svolto attività di formatore di docenti delle scuole superiori e dell'obbligo su questioni di comunicazione visiva. La comunicazione e l'apprendimento sono sempre stata un mio costante interesse conoscitivo.
Il primo anno e il secondo anno di master li ho visti da tecnico addetto alla infrastruttura internet. In questo tempo ho avuto modo di avere molti contatti con gli studenti che passavano parecchie ore nei laboratori.

La cosa che inizialmente suscitò il mio interesse fu la vistosa scollatura, negli studenti, tra quanto veniva loro spiegato con lezioni frontali di diverso contenuto e l'attività di approfondimento, che sembravano condurre autonomamente tra di loro, sulle tecnologie web in uso al momento. In particolare mi colpì che questo apprendimento avvenisse apparentemente su basi puramente autodidatte. La cosa portò molti degli studenti (soprattutto quelli già dotati di una competenza antecedente il master) a esprimere perplessità e incomprensione sul modello e sui contenuti formativi proposti.
Mi sono posto seriamente la domanda su cosa non stesse funzionando.
La risposta venne da altrove. In particolare dal MIT dove alcuni docenti di computer science avevano deciso di eliminare la parte teorica dell'insegnamento a favore della pratica.
In sostanza l'idea era che la teoria era oramai sovrabbondante rispetto all'esperienza e che gli studenti, in media, già disponevano o potevano disporre di teorie in numero illimitato su Internet, quello che mancava era la colla per tenere insieme le nozioni. Questa colla non poteva essere che l'esperienza.

Dal terzo anno di master riuscii ad avere una piccola parte nella formazione degli studenti con un corso legato sopratutto all'open source dove però si parlava di server internet, di modelli di comunicazione e relazioni di base tra utenti e server. Il mio scopo era dimostrare che la soluzione tecnologica dovesse essere scelta in funzione degli obbiettivi comunicativi.

Ovviamente occorreva avere un'idea di cosa volesse dire avere obbiettivi di comunicazione sul web e con quali strumenti si dovessero condurre propriamente. Qui il problema si fece grosso. Gli studenti non ne avevano la più pallida idea sebbene gran parte delle conoscenza figurava formalmente nel programma di studio. Questo nonostante il mio corso fosse sul finire dell'intero master.

Il problema era evidente: la pratica. Forse non molto percepibile ad un docente abituato alla lezione cattedratica ma evidentissimo a chiunque abbia dovuto formare programmatori, sistemisti e addetti di marketing in diverse PMI.
Personalmente ho anche esperienze di formazione di docenti in ogni ordine di scuola.

Come ogni blogger sa c'è una bella differenza tra condurre un blog nella pratica rispetto al leggerne nelle varie forme teoriche. La mancanza dell'esperienza impediva agli studenti di proiettare su un piano concreto, formativo e poi lavorativo, quanto si andava loro insegnando.

Associato alla pratica si presentava anche un altro problema in forma evidente: la motivazione a fare. Questo per uno studente umanista è un problema enorme. Il modello di apprendimento per uno studente che si voglia laureare è di dover superare una serie di prove dove il contesto e il contenuto è dato. Quando il contesto stesso non è definito, o talmente sterminato da essere in pratica ugualmente indeterminabile, lo studente è perso. Non solo, allo studente non viene in genere chiesto di misurarsi con un problema concreto salvo quello di scrivere la tesi. Un altro aspetto determinante per la motivazione era la capacità di autovalutare l'apprendimento già conseguito per via della forma parziale che le conoscenze in ambienti complessi come l'Internet impongono. Abituarsi ad operare pur senza avere una conoscenza di ogni dettaglio era per gli studenti un grosso problema.

Per fornire uno strumento concreto ho quindi iniziato a sperimentare gruppi di lavoro di studenti che avessero come obbiettivo una presentazione pubblica dei loro risultati di ricerca. I loro risultati sarebbero stati pubblicati in un blog, il primo che mi risulti applicato in Italia alla formazione, e poi presentati in una conferenza pubblica.
L'attività richiedeva un ciclo completo di azioni di comunicazione da svolgere su internet, l'interazione con un cms per inserimento di contenuti e l'analisi dei log per la valutazione del feedback. I diversi argomenti venivano da me presentati e assegnati per interesse a ciascuno dei gruppi di lavoro formati. Tutto questo avveniva parallelamente al normale orario di lezioni e laboratorio oltre che tramite un mailing list da me gestita. A lato, il materiale prodotto online dagli studenti costituiva un utlile supporto al curricola.

La partecipazione degli altri docenti fu nulla o in alcuni casi, visti i risultati, in concorrenza senza però integrarsi nel processo complessivo. Gran parte del lavoro venne svolta in forma extracontrattuale, vale a dire a gratis, e senza alcun incarico, da me e dai miei collaboratori. Per questo gli unici testimoni ne sono gli studenti stessi.

I risultati sono stati soddisfacenti e pur non avendo il master un sistema di verifica formale posso dire che progressivamente il grado di presentabilità lavorativa degli studenti fu grandemente migliorato, prova ne è un aumento sensibile del rapporto stage/occupazione in termini di conversione come dice chi si occupa si se&o.

Oggi il MICSU è smaterializzato, ne sono andate perse le tracce in rete, e non viene più tenuto da almeno tre anni. Cosa che ancora ora non so spiegarmi, ma non essendo un esperto di pensiero burocratico non riesco a capire. Oppure lo capisco benissimo, ma non voglio ne posso dire.

Ora lavoro ad un workshop di formazione e riqualificazione di knowledge workers per l'editoria e oggi come ieri noto che il problema maggiore non è tanto la competenza tecnologica (disponbile sotto molte forme), ma la disponibilità di un'esperienza che consenta di fare da collante tra il tutto.

Mi piacerebbe molto che gli ex studenti dei MICSU dei vari anni riportassero qui le loro esperienze, commenti e, perchè no, autopromozione. Certo è che potrebbe essere una rete di alcuni dei più competenti specialisti Internet disponibili.
Personalmente procederò a ricordare alcuni esempi o aneddoti gustosi, ma vorrei anche intrattenere un po' di chiacchere su come si possa seriamente insegnare a usare l'internet per finalità di comunicazione e non solo navigarla con un occhio rivolto a cosa si posa trarre vantaggiosamente dalla cultura umanistica. Quest'ultima però ha perso molti dei vantaggi competitivi dato che la costante crescita della domanda di contenuti a scapito della domanda sistemistico/programmatoria che, come effetto collaterale, ha prodotto una diffusione di siti di tipo formativo o teorico orientato allo scrivere, ai contenuti e quant'altro.

Un architetto, un ingegnere o un idraulico devono saper condurre attività di comunicazione elettronica e sopratutto disporre di strumenti di cultura atti a capire realtà diverse dalla propria. Tutto ciò deve anche poter essere insegnato
e sopratutto appreso.

Insomma ho bisogno del vostro contributo. Mandate pure il vostro indirizzo di e-mail (corredato con nome e cognome e anno micsu) e provvederò a farvi pervenire al più presto l'invito a postare. Se siete d'accordo sarei per un blog vecchia maniera in cui ognuno può postare ma non commentare. Per ora lascio i commenti per avere la vostra opinione su cosa riterrete meglio fare.

Questo è anche l'unico documento in rete a testimonianza della mia attività al MICSU, vi sarà chiaro che anche solo una testimonianza avrà la sua importanza.

Mauro