Stando ad alcune stime sulle affluenze ai Musei (per brevità associo al termine Musei una quantità di diversi luoghi ivi compreso il nostro territorio) Italiani, e qui bisognerebbe aprire una parentesi enorme sulla inesistenza di dati pubblci facilmente raggiungibili, uno dei nostri maggiori problemi è dato dalla distribuzione sblilanciata verso pochi luoghi. Questo comporta in genere un elevato tasso di insoddisfazione nel visitatore che si trova ad affrontare code lunghissime in ambienti tutt'altro che favorevoli ad una esperienza positiva, sovradimensionamento delle strutture e quant'altro.
Le ragioni sono molte e spesso poco maneggiabili come il grado di iconicità raggiunto nel corso del tempo da alcune opere presenti nei musei più gettonati. Questo non è ovviamente un problema solo Italiano, si vada al Louvre, per fare un esempio, e si valuti il numero delle persone che affollano lo spazio in cui è esposta la Gioconda del Giocondo Leonardo rispetto alle altre. L'iconicizzazione, tanto perseguita alla nascita del primo turismo industriale, si rivela una autentica sfiga sul piano dello sfruttamento economico e culturale.
Una interessante area di studio è quella che indaga la formazione storico/sociale delle icone. Di particolare interesse risulta il periodo a cavallo tra la fine del 1700 e la prima metà del 1800 con i cosidetti "Cahiers de Voyage", libri che ripostano esperienze di viaggio di personaggi, che per ragioni le più varie (non poi tanto varie se si va a vedere la vita di Von Humbolt per citarne uno molto attivo in diversi sensi :-).
I cahiers univano informazioni ad esperienze legate ai vari sensi (in perfetto ordine post illuministico) oltre a illustrazioni di notevole qualità pittorica. Ovviamente a quel punto per distinguersi dal coro dei plaudenti poteva essere una buona idea andare contro l'opinione e sottolineare come i veri tesori fossero altrove (si veda l'introduzione delle "Seven lamps of architecture" e "The stones of Venice" di Ruskin. Si trova tutto a gratis negli intenet archives) La nostra società dei consumi non vi ha aggiunto molto; semplicemente, seguendo alla lettera l'osservazione, che le masse eleggono a desiderio quanto fatto o praticato negli ordini sociali dominanti, hanno seguito l'onda producendo il fenomeno in oggetto.
Sul piano della comunicazione, che segue sempre il principio della massima economicità, la cosa più furba da fare, e che è stata fatta, è seguire l'onda. Il risultato ora però un problema.
Una soluzione, sul finire del ventesimo secolo, è stata tentata enlla forma di eventi, pubblicizabili, di grande rilievo. Purtroppo il rapporto costi benefici, come gia detto in precedenti post, è in perdita e quindi non praticabili in una economia recessiva come la nostra.
Che fare allora ? La soluzione più immediata, e reclamata a gran voce, è quella di aumentare i fondi. Personalmente penso che sia una strada sbagliata. L'aumento dei fondi, allo stato attuale, aumenterebbe solo lo spreco senza spostare di una virgola i problemi. Cosi come non hanno funzionato i vari portali (senza entrare in merito per fare un grande gesto pieno di pietà) costatici svariati milioni di Euro.
La proposta che mi pare sensato avanzare è quello di una grande opera di digitalizzazione del patrimonio. Disporre di una buona documentazione digitale dei beni ne consente la conoscenza e consente di attingere ad una proprietà spesso sottostimata dell'Internet: la differenziazione degli interessi. Nel caso dell'editoria si chiama long tail. Proporrei di allargare il termine a tutti i casi di consumo di cultura.
Un caso interessante l'ho notato nel corso dello scorso anno. Una delle tendenze artistiche in ambito visivo emerse lo scorso anno è quella del recupero di stili rappresentativi propri di un certo periodo storico. In particolare l'attenzione è caduta sui pittori Fiamminghi.
La cosa non è certo casuale. L'Olanda ha investito pesantemente nella digitalizzazione e gran parte delle risorse Museali sono accessibili online. Questo, alla faccia dei contrari, non ha ne penalizzato il numero delle visite. Al contrario la notorietà, crescendo, comporta un numero maggiore di interessati ad esperire direttamente i luoghi.
L'opera, gigantesca, di digitalizzazione del patrimonio potrebbe innescare diversi sviluppi virtuosi. Intanto aumenterebbe la domanda di competenze di pregio sul piano tecnico. Poi aumenterebbe la domanda di specialisti di comunicazione e ci consentirebbe, data la massa, di accedere ad un posto al sole quanto a disponibilità di competenze in materia. Se avete seguito alcuni dei link che vi ho proposto qui avrete senz'altro capito che prima o poi tutti andranno in questa direzione.
Purtroppo la tendenza da noi è per ora viene sviluppata al contrario. Esattamente come gli editori che negli anni novanta tentarono la tecnica dello struzzo nei confronti dell'internet anche i nostri curatori museali sembrano tutti cantare come un sol uomo. Un caso veramente esilarante è quello dei Musei dedicati alla fotografia dove vengono finanziate (in forme più o meno nepotistiche) iniziative di documentazione e produzione artistica da archiviare e rendere meno visibili. Per inciso questa è una strada che anche le gallerie d'arte stano seguendo. Rendere meno visibili le cose per ottenere un aumento di interesse. Gia' forse sarà anche sensato nel breve periodo ma alla lunga perchè una cosa interessi occorre che sia nota. La cosa paradossale è che molta della produzione contemporanea di arte si basa su supporti digitali.
Perche invece di favorire la costruzione, proponendoci alla meglio di diventare muratori, non si favorisce la digitalizzazione da rendere disponibile pubblicamente ? Questo, forse, è davvero un caso di ignoranza bestiale come diceva il Martin.
Ad esempio, proviamo a pensare, nel centenario del Futurismo, cosa sarebbe e cosa costerebbe una seria attività di digitalizzione contrapposta alle stupide manifestazioni in corso o in arrivo. Penso che il costo sarebbe una frazione di quanto speso anche solo in compensi a "consulenti".
Taurus Engine Sensor Wiring
5 anni fa